Proposta: facciamo che chi perde a Milano poi viene a governare Roma?

Al direttore - Forse c’è stato un equivoco però: bipolarismo non è che ognuno ne candida due.
Giuseppe De Filippi
Giuseppe De Filippi
Al direttore - Condivido gli aggettivi che colorano l’analisi politica dell’editoriale del Foglio di ieri sulla candidatura di Stefano Parisi a sindaco di Milano. Non mi piace il titolo. Io avrei scritto: “La risorsa di Parisi a Milano sono i suoi”. Ma, con ordine: grottesco, tragicomico, farlocca ben dicono della situazione creatasi a Roma nel centrodestra. La lite romana è solo l’epilogo del centrodestra che abbiamo abbandonato. Salendo sul palco di Bologna, Berlusconi ha dato compimento alla vignetta in cui mesi prima Giannelli lo aveva disegnato come Sancho Panza del Don Chisciotte Salvini. Era evidente che su quel palco non c’erano i vent’anni di centrodestra in cui Berlusconi coagulava intorno a sé proposte politiche diversissime tra loro, Fini al sud e Bossi al nord, per poi unirle nella Casa delle libertà, ma facendo della loro diversità la ricchezza di una proposta politica incarnata nella sua persona. Questo è il passato. E Bertolaso, la cui bravura non si discute, è anch’essa una scelta con la testa rivolta al passato. Lui in Africa c’è andato davvero, non come Veltroni, ma è un ritorno che sa di nostalgia, non una novità. A Milano abbiamo cercato di evitare il ridicolo e l’incomprensibile. L’incomprensibile, per gli elettori, divisione di un centrodestra che continua a governare insieme in regione Lombardia, prima a guida forzista e ora a guida leghista. La candidatura di Stefano Parisi è stata, come dice il Foglio, un sussulto di politica, e lui giustamente lo rimarca in ogni occasione: “Non sono un tecnico, un manager prestato alla politica, da quando mi sono candidato sono un politico”. La forza che sta spingendo Parisi è la stessa con la quale Berlusconi ha sempre guidato le scelte su Milano: ha sempre indicato persone nuove, credibili e che sapessero unire intorno a sé forze che altrimenti non avrebbero la capacità di una coalizione politica: Albertini, Moratti. Oggi la scelta di tutti noi è caduta su Parisi. Giorgia Meloni non ha questa caratteristica federativa, ce l’aveva Marchini, ma, direbbero a Firenze, non s’ebbe tempo di far nulla. Una coalizione unita da una persona, su cui i cittadini si esprimeranno direttamente, in cui le diversità invece che problema diventano risorse. Questa è la via milanese al centrodestra che non teme ponentini romani. Milano laboratorio? Se lo sarà ancora, come è stato in passato lo si vedrà, non è il problema di oggi. Ma lo sarà in virtù del buon governo che sapremo esprimere, non di una formula politica che si accontenta di sé, dei voti che prende e non accetta la verifica nell’esperienza concreta di governo. I “problemi”, se così vogliamo chiamarli, per Parisi, o per Sala (credo di più per Sala, vista la litigiosità politica e programmatica, nazionale e milanese, della compagine che dice di sostenerlo) inizieranno il giorno dopo dell’elezione a sindaco. Certo è che finalmente i milanesi, tra Sala e Parisi, potranno scegliere il sindaco che ritengono migliore e non il meno peggio.
Maurizio Lupi
Maurizio Lupi
Invidia. Facciamo che chi perde a Milano poi viene a governare Roma?
Al direttore - “Suor Teresa è una donna anziana, bruna di pelle perché è albanese, alta, asciutta, con due mascelle quasi virili e l’occhio dolce, che, dove guarda, vede. Assomiglia in modo impressionante a una famosa sant’Anna di Michelangelo: e ha nei tratti impressa la bontà vera, quella descritta da Proust nella vecchia serva Francesca: la bontà senza aloni sentimentali, senza attese, tranquilla e tranquillizzante, potentemente pratica”. Questo ritratto lo dobbiamo a Pier Paolo Pasolini, che la incontrò durante il suo viaggio in India, nel 1961. Quando il mondo ancora non conosceva Madre Teresa di Calcutta.
Fabio Ferrucci
Fabio Ferrucci
Al direttore - Vorrei rispondere a Maurizio Crippa sul “perché questo Papa non piace a troppi” con le parole di Papa Benedetto XVI, che ritiene il “patrimonio greco parte integrante della fede cristiana”. Tesi a cui “si oppone la richiesta della de-ellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall’inizio dell’età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica”, di cui “si possono osservare tre onde…”: la riforma protestante, la teologia liberale, e il divario tra ragione e fede. La questione intorno a Bergoglio, quindi a mio parere, non è tanto quella di piacere o meno, ma di preoccupazione che un “Papa non occidentale” (per i motivi che Crippa evidenzia) possa rappresentare una ulteriore onda di de-ellenizzazione e di de-patrimonializzazione in senso ratzingeriano della fede cristiana che, nel momento attuale e a giudizio di molti, di tutto pare avere bisogno fuorché di questo.
Antonio Maranca
Antonio Maranca